giovedì 29 marzo 2012

La linea più veloce non è mai quella diritta

La linea più veloce non è mai quella diritta:
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Mi rendo conto, a volte, di essere figlio di una filosofia della storia ‘progressista’, nel senso etimologico della parola.


Voglio dire, mio nonno socialista mi aveva spiegato la storia dell’emancipazione degli operai partendo dalle 12 ore di lavoro per sei giorni e mezzo in condizioni bestiali, su su fino alle otto ore, il diritto di sciopero, il sabato festivo, lo Statuto dei lavoratori, la legge 626 e così via: sembrava evidente che la storia ‘andasse verso il meglio’.
All’università il mio buon professor Emilio Agazzi – la terra gli sia lieve- ci affascinava invece parlandoci di Kant, che pur rifiutando ogni eudemonismo necessario ed escatologico giudicava il genere umano capace di usare la sua libertà per un costante progresso verso il meglio e verso, ad esempio, la pace perpetua tra i popoli.
Ecco, però poi ogni tanto arrivano le marce indietro, le restaurazioni, i colpi di coda.
Ad esempio, i ruggiti rabbiosi di un iperliberismo allo sfascio come e più dell’aristocrazia europea all’inizio dell’Ottocento.
Oppure i tentativi delle burocrazie e degli establishment politici di riallungare la corda fra cittadini e delegati con leggi che garantiscano a se stessi la conservazione del potere: una mossa che – dopo l’elezione diretta del sindaco, la nascita delle primarie e soprattutto l’avvento della Rete – a me pare proprio un’improbabile retromarcia, antistorica e grottesca.
Ecco, allora mi viene in mente un altro docente che mi ha formato culturalmente, quello di Filosofia morale. Si chiamava Luciano Parinetto, morto anche lui una decina di anni fa. Parinetto era innamorato tra gli altri di Gotthold Ephraim Lessing, un filosofo tedesco del ‘700 che nelle nostre scuole di solito si studia poco o niente. E armato delle sue opere, ci spiegava per ore – e in modo assai più articolato di quanto non riesca a dirlo io – che la linea più veloce non è mai, ma proprio mai, quella diritta.

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