venerdì 17 agosto 2012

Sull’ardire utopico dei pensieri lunghi

Sull’ardire utopico dei pensieri lunghi:
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Credo che le molte ironie scritte in questi giorni sul vendoliano «ardire utopico dei pensieri lunghi» – decisamente la sciocchezza dell’estate – siano abbastanza giustificate: a fronte di un casino come quello dell’Ilva e soprattutto di un autunno che già si preannuncia di merda per tutti, l’«ardire utopico dei pensieri lunghi» fa pensare che il governatore della Puglia si sia fatta una gigantesca canna, e ciao.
Del resto un po’ la parabola di Vendola risente di questo recente ma radicale cambiamento dei tempi: quando a Palazzo Chigi c’era Berlusconi, si poteva legittimamente sognare un passaggio rapido verso tempi radiosi – la famosa ‘ora X’ di cui già discutevano i rivoluzionari tedeschi un secolo fa. Adesso che invece siamo nel concreto, razionale e asciutto presente dei tecnici (e del loro gelido governare la cosa pubblica a suon di decreti liberisti) nessuno si fa più illusioni, nessuno ha più voglia di sognare, si pensa tutti a sopravvivere nei prossimi due mesi e non a costruire un modello per i prossimi due decenni: con buona pace dell’«ardire utopico dei pensieri lunghi».
Eppure non c’è bisogno di aver studiato filosofia della storia per sapere che la politica – il fare politica – deve nutrirsi nella stessa misura di ideali lontani e di pragmatismo immediato, altrimenti è comunque zoppa. Lo è se vive solo di solo di sogni, ma lo è altrettanto se vive solo di gestione del presente, senza un modello a cui ispirarsi. Un modello che si sa non sarà mai raggiunto – la realtà è imperfetta per definizione – ma che serve appunto a modellare un po’ il presente, a poco a poco.
La nebulosa vendoliana di cazzate agostane è stata tremenda non solo per la ridicolaggine del linguaggio, ma soprattutto perché paradossalmente ottiene l’effetto opposto: quello di farci guardare sempre di più verso i nostri piedi e sempre meno verso il luogo dove stiamo andando.

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