giovedì 25 aprile 2013

Massimo D’Alema e la sindrome dell’”eminenza grigia”

Massimo D’Alema e la sindrome dell’”eminenza grigia”:
Piccoli dettagli. Ieri pomeriggio Massimo D’Alema ha smentito di aver partecipato con Bersani e Franceschini a Montecitorio a una lunga riunione col presidente incaricato Enrico Letta. Lo avevano scritto le agenzie, ma non ho motivo di dubitare della parola di D’Alema, anche perchè nei giorni precedenti egli aveva ripetutamente affermato di essere un semplice militante del Pd, privo di incarichi dirigenti e ormai fuori dal Parlamento. Suppongo che D’Alema smentirebbe ugualmente di aver telefonicamente avvertito Romano Prodi della propria contrarietà alla sua candidatura al Quirinale, prima della fatidica votazione dei 101; o di essere stato consultato da parte di Napolitano, prima dell’accettazione del reincarico…

Ricordo che anche nei giorni del Comitato dei 45, ormai sei anni fa, quando ci si riuniva per dare vita al Partito Democratico, D’Alema ostentava la sua non partecipazione a quegli incontri da lui giudicati inutili o nocivi. Suppongo facesse sentire la sua voce altrove. Ebbene, vorrei dirgli che questa sindrome dell’”eminenza grigia”, o se preferisce del quadro politico così intelligente e così amato dalla base che tutti lo vogliono consultare sebbene privo di incarichi formali, compiace forse il suo ego ma avvelena la dialettica democratica. Non a caso fa sì che il più “politico” dei leader della sinistra italiana venga sempre più frequentemente additato come interno a trame affaristiche. E lui s’illude di goderne, in termini di prestigio e di potere, forse nella convinzione che siamo il paese di Machiavelli e di Andreotti. Purtroppo non si rende conto dei danni che ha procurato così facendo al popolo di cui si sente l’espressione più alta.

mercoledì 24 aprile 2013

Perché hanno scelto il ‘giovane’ Enrico

Perché hanno scelto il ‘giovane’ Enrico:
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(scritto con Luca Sappino, per l’Espresso on line)
La scelta di Enrico Letta per il governo delle ‘larghe intese’ è dovuta a un incrocio di motivi diversi tra loro.


Prima di tutto – e questa è cronaca delle scorse ore – per il veto su Matteo Renzi.
Veto dovuto a sua volta a due concause.
La prima si chiama Silvio Berlusconi: il Cavaliere ha avuto paura che, una volta diventato premier, il sindaco fiorentino conquistasse una visibilità mediatica troppo alta. In altre parole, che riuscisse a far smottare verso di lui una parte dell’elettorato Pdl. Sondaggi alla mano, Berlusconi è tranquillo sul presente: il Pdl è in testa, il Pd in calo. Ma con Renzi premier, la tendenza si sarebbe potuta invertire presto. Di qui il suo ‘no’, dopo qualche incertezza.
La seconda concausa è il gruppo dirigente del vecchio Pd, ormai orfano di Bersani. I vari Fioroni, Finocchiaro, Bindi, D’Alema e così via.
Tre mesi fa questi erano abbastanza sicuri di tornare nella stanza dei bottoni – cioè al governo o su altre poltrone, magari europee – con la vittoria elettorale. Poi le cose sono andate diversamente. Hanno sperato comunque in un governo Bersani, poi si sono spostati verso le ‘larghe intese’. Ma sapevano benissimo che in un eventuale esecutivo guidato da Renzi non avrebbero trovato posto. Troppo deciso, il sindaco di Firenze, nel volerli ‘rottamare.’ E troppo bisognoso di una acquistare credibilità come uomo nuovo. Loro, i vecchi capi del Pd, sanno benissimo di essere all’ultimo giro. Dopo questa legislatura per loro c’è il nulla. Appoggiare Renzi significava quindi il prepensionamento.
Dunque, niente Renzi. Ma Amato, perché no?
Il nome dell’ex presidente del Consiglio è girato moltissimo nella serata di ieri. Uomo gradito alla Ue, già ben conosciuto in tutti gli ambienti internazionali. Ma pur sempre un reperto della Prima Repubblica. Un uomo di 75 anni entrato in Parlamento trent’anni fa esatti, sul carro di Bettino Craxi di cui era suggeritore e stretto collaboratore. Uno che è stato (Palazzo Chigi a parte), sottosegretario, ministro del Tesoro e ministro degli Interni. Uno di cui gli italiani non più ragazzini hanno memoria per il raid notturno sui conti in banca. Uno che i più giovani invece conoscono per la mostruosa sommatoria di pensioni e vitalizi di cui gode.
Insomma, oltre ogni ”accettabilità mediatica” perfino per l’attuale Pd. Toppo lontano, per immagine e passato, da quel «governo di rinnovamento» che i democratici hanno tanto sbandierato, indipendentemente dalle alleanze. Tra l’altro Amato a questo giro non è stato eletto da nessuno – nemmeno in un listino bloccato.
Di qui la convergenza sul ‘giovane’ Enrico Letta, 47 anni ad agosto. Altrettanto gradito ai ‘poteri forti’ nazionali e internazionali – dal Vaticano e da Washington – per non parlare di quelli economici, mediatici e finanziari.
Una rete di rapporti molto vasta e articolata che il vicesegretario piddino ha intessuto soprattutto attraverso VeDrò, il ‘think tank’ da lui fondato che mette insieme personalità di diversa provenienza politica e che si ritrova ogni estate, in salsa pop.
L’evento prende il nome dal paesino di Drò, appunto, sul lago di Garda. Qui negli ultimi giorni d’agosto si riuniscono in plenaria per tre giorni di presentazioni, feste e dibattiti, i «“vedroidi”», come dice il sito dell’evento: «Gente originale, creativa, intraprendente e animata da un po’ di sana incoscienza». Bipartisan. Esattamente come richiesto per il governo dal presidente Napolitano.
A VeDrò si parla, si lavora, si tessono relazioni e si gioca a calcetto. Sono assidui frequentatori e pronti ad indossare i calzoncini per allegre partitelle i giornalisti Antonello Piroso, Antonio Polito, Oscar Giannino e Andrea Vianello, il direttore di Raitre. Poi ci sono Myrta Merlino e Gaia Tortora di La7, tra gli altri.
Sono «vedroidi» anche Mauro Moretti, numero uno delle Ferrovie, Corrado Passera, poi diventato Ministro dello sviluppo, Chicco Testa, e Nicola Maccanico, direttore generale della Warner Bross. Tra gli imprenditori, Luisa Todini, Gian Luca Rana e Domenico Procacci.
Due anni fa, in una memorabile esibizione, Fedele Confalonieri allietò i presenti suonando il pianoforte.
VeDrò però è inevitabilmente anche il luogo dei direttori delle relazioni esterne. Ne trovi per ogni gusto: Gianluca Comin, dell’Enel, Andrea Prandi, dell’Edison ed Enrica Minozzi, dell’Eni. Impossibili, insomma, cali d’energia.
Poi, ovviamente, ci sono i politici.
Sul sito della fondazione sono presentati come «parte del nostro network» Angelino Alfano, Giulia Bongiorno, Ivan Scalfarotto, Paola De Micheli, Benedetto Della Vedova, Mariastella Gelmini, Giancarlo Giorgetti, Roberto Gualtieri, Maurizio Lupi, Marco Meloni, Alessia Mosca, Andrea Orlando, Renata Polverini, Laura Ravetto, Flavio Tosi e Matteo Renzi. Poi ci sono Francesco Boccia (un lettiano di ferro, onorevole Pd) e Nunzia De Girolamo (onorevole Pdl), marito e moglie: il simbolo più chiacchierato delle larghe intese.
Lo schema è quello insegnato dal maestro Nino Andreatta che già nel 1976 mise insieme – sempre con spirito bipartisan – politici e imprenditori (Umberto Agnelli e Urbano Aletti, tra gli altri), nell’Arel, l’Agenzia Ricerche e Legislazione: una VeDrò per nulla pop, ancora in attività, e di cui Enrico Letta è oggi Segretario generale.
Le larghe intese, sia chiaro, sono anche internazionali. Rapporti tenuti alla luce del sole rivendicando tutto – con appositi eventi, “Visti da fuori”, a cui partecipano uomini e donne delle ambasciate, delle università e degli istituti di cultura esteri, soprattutto di Francia e Stati Uniti.
Enrico Letta è anche membro della Trilateral e nel 2012 ha partecipato alla riunione del gruppo Bildelberg a Chantilly, in Virginia.
Letta junior, disse al ‘Corriere’ il suo amico Lapo Pistelli, nel lontano 2006, «è l’Amato del Duemila» perché «al pari di Giuliano è dentro tutti i giochi. In quelli di Prodi e in quelli di Walter Veltroni, in quelli di Massimo D’Alema e in quelli di Pierferdinando Casini. Addirittura in quelli di Giulio Tremonti». Mai ritratto fu più azzeccato.
Sponsor dell’ultima convention “vedroide” sono stati Enel, Eni e Telecom. Nonostante questo, il prezzo rende molto esclusiva la festa: per partecipare si paga caro.
La rete in cui ci si tuffa, però, è buona per ogni occasione, che vinca la destra o la sinistra. Se vincono entrambe, figurarsi.

Enrico Letta è un uomo educato

Enrico Letta è un uomo educato:
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Oggi faticavo a convincere una collega che Enrico Letta è un uomo educato, gentile, perfino gradevole nella conversazione – al netto di una leggera sonnolenza, s’intende.
Invece è anche così che Letta è arrivato all’incarico: attraverso quella tiepidezza nei modi che si sposa perfettamente con il suo essere amico di tutti.
Certo, più sono potenti più lui gli è amico, ma l’aria angelica Enrico non la dismette dal volto nemmeno se gli dai del pirla: perfino più rodato, in questo esercizio, del suo ben noto e berlusconiano zio.
Ovvio che per Napolitano, il migliorista Napolitano da sempre amante di ogni mediazione, rasenti la perfezione.
La perfezione nel mettere d’accordo tutti o quasi: il centrosinistra e il centrodestra fra loro, certo, ma anche dentro quel rissoso e un po’ spaventevole contenitore che si chiama Pd, le cui eruzioni interne hanno bruciato pochi giorni fa prima Marini e poi Prodi.
Si è poi già detto qui sotto di quanto sia pure perfetto – in questo quadro – il suo triplo asse preferenziale con il Vaticano (Cl compresa), con la diplomazia americana e infine con i poteri economici e quindi i famosi mercati.
Ma non pensate che Enrico Letta sia solo un democristiano nel midollo, di quelli che rifuggono il conflitto come regola di vita.
Sì, è anche questo. Ma c’è in lui tutta la lucida determinazione di uno che è nato e cresciuto frequentando il potere e quindi studiando come acquisirlo giorno dopo giorno, spicchio dopo spicchio, in modo quasi impercettibile. Con un convegno qui e una comparsata televisiva là. Con una telefonata a questo e una visita a quello. Andando la domenica in parrocchia e il lunedì alla City.
Si presenta come un papa Francesco, ma non cascateci: perché muove le leve come un Marcinkus.

martedì 23 aprile 2013

Ormai è probabile un incarico a Renzi, forse già stasera

Ormai è probabile un incarico a Renzi, forse già stasera:
Dalla velocità con cui si stanno schierando sia i leader del Pd (Fassino, Speranza, Franceschini) che gli esponenti della destra (Bondi, Tosi, Meloni) si profila come sempre più probabile l’incarico a Matteo Renzi per formare un governo politico di unità nazionale. Certo la sua designazione non corrisponde al percorso da lui stesso raccomandato -mai a Palazzo Chigi senza primarie- ma l’uomo è veloce nel cogliere l’attimo; e oggi sono in molti a trovare conveniente che vada avanti lui, magari anche solo per bruciarlo, a cercare di coprire con la sua indubbia popolarità un’operazione ad altissimo rischio.

Il passaggio preliminare è una sorta di Midas del Partito democratico: cioè un passaggio di leadership alla generazione più giovane, condito di elementi di trasformismo e cinismo ragguardevoli come avvenne nel 1976 intorno alla figura di Bettino Craxi. Ma a questo punto si tratta solo di un dettaglio.

lunedì 22 aprile 2013

Napolitano lancia il governo di larghe intese

Napolitano lancia il governo di larghe intese:
Con l’autorevolezza che certo non gli difetta, Giorgio Napolitano ha lanciato un appello davanti alle Camere riunite all’intesa fra le diverse forze politiche perche’ diano vita a un governo di compromesso. Ha aggiunto -non che ce ne fosse bisogno- il richiamo al fatto che la sua stessa ricandidatura si configura quale premessa di un tale incontro. Chiaro che si stava rivolgendo soprattutto alla sinistra dell’emiciclo, la “sua” parte politica rimasta orfana di leadership e in preda a grave sofferenza. Ma lo ha fatto ancora una volta senza riconoscere o spiegare l’insuccesso del suo primo tentativo di larghe intese: il governo Monti tuttora in carica. E’ il limite del suo pur nobile progetto. Temo che il suo appello produrra’ un’adesione trascinata ma non convinta del Pd al governo con il Pdl. E che ne conseguiranno insuccessi nella gestione della crisi nonche’ fratture ulteriori a sinistra. Cio’ proprio nel giorno in cui si arresta l’onda lunga grillina, rivelatasi incapace di andare al di la’ di un generico esercizio propagandistico all’interno del Parlamento

domenica 21 aprile 2013

La società, il palazzo, i media

La società, il palazzo, i media:
«Prima era la società a non conoscere cosa avveniva nel Palazzo, ora è il Palazzo a non sapere cosa si muove nel profondo della società».
(Adriano Prosperi, citato da Marco Damilano qui. Perfetto – e anche qui non serve aggiungere molto altro. Come giornalista, mi è solo dispiaciuto constatare, ieri sera e questa mattina, che nel Palazzo ignaro di cui sopra c’è quasi tutta la categoria di cui faccio parte).

Perla finale: la contentezza ostentata

Perla finale: la contentezza ostentata:
Sono contenti. O almeno dicono di essere contenti. Finocchiaro, Letta, Fioroni, Franceschini e così via: nelle loro pagine Facebook, su Twitter, nelle dichiarazioni ai giornalisti. Ostentano pacata ma convinta soddisfazione.
E’, questa, un’altra delle vecchie pratiche della politica, di quelle del secolo scorso: fare finta di aver vinto, almeno in pubblico, per nascondere un risultato scadente o – in questo caso – catastrofico.
Ve li ricordate, no, i segretari di partito che dopo una tornata andata male si attaccavano ai buoni risultati di Brisighella o di Magognino, ma ‘anche a Borgo Picciano abbiamo tenuto’? O lo stesso Bersani, che qualche tempo fa metteva una pezza su Parma con il suo ‘non abbiamo perso, abbiamo non vinto’? Ecco, quella roba lì.
Una pratica antica, ipocrita, ridicola. Figlia tra l’altro dell’era televisiva, in cui un pietoso velo di balle raccontate davanti alle telecamere del Tg1 qualche effetto obnubilante lo produceva. Adesso è solo un boomerang: e ammettere la sconfitta – il caso Renzi insegna – è invece diventato indispensabilmente virtuoso, se la sconfitta arriva.
Ecco: tutta la distanza tra questa sciagurata dirigenza del centrosinistra e il nostro tempo è data dalla pavloviana ripetizione, perfino oggi, di questa vecchia pratica. Nemmeno un tentativo tardivo di riavvicinarsi ai propri elettori, di ammettere il disastro, di uscire ad abbracciarli chiedendo scusa.
Invece, niente. Logica continuazione, peraltro, della scelta ovattata e sorda che hanno fatto ieri a Montecitorio.

martedì 16 aprile 2013

La Finocchiaro s’è mangiata Renzi in un sol boccone!

La Finocchiaro s’è mangiata Renzi in un sol boccone!:
Mi è capitato più volte di dissentire da Anna Finocchiaro e, a dirla tutta, anch’io non la considero fra i candidati più giusti per imprimere un segnale di cambiamento al vertice della nostra Repubblica. Ma che soddisfazione vedere come lo ha messo a posto, quel Matteo Renzi, che avendo il dono della sintesi televisiva pensava di liquidarne l’intera vicenda politica citando la fotografia del carrello Ikea sospinto da un agente di scorta. Si è preso del “miserabile”, il sindaco di Firenze; uno che potrà anche vincere le elezioni ma non diventerà mai un vero uomo di Stato. La Finocchiaro s’è mangiata Renzi in un sol boccone! Me ne rallegro, pur sapendo che non finisce qui e che Matteo Renzi resterà, come si suol dire, una risorsa del Partito Democratico, perchè spero apprenda la lezione. A fare l’imitazione di Grillo non ha nulla da guadagnarci, perchè la gente sceglierà sempre l’originale. D’ora in poi adoperi gli argomenti politici di cui dispone, che è meglio.

Il silenzio atroce della sinistra

Il silenzio atroce della sinistra:
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Credo di non aver mai visto un corteggiamento così serrato da parte di Berlusconi verso il Pd. Quelli che ieri erano ‘comunisti’ se non ’stalinisti’ – e con un elettorato di ‘coglioni ‘- oggi sono diventati oggetto di un amore peloso e imbarazzante: Cicchitto arriva a proporre Violante per il Quirinale, il Cavaliere elogia Bersani ‘piacentino concreto’, Sacconi invita i democratici a votare insieme misure per il lavoro – e di Gasparri che difende D’Alema si è già detto qui sotto.
La parola d’ordine è ‘pacificazione’ e fa un po’ sorridere: come se in questi anni il Pd avesse condotto chissà quale frontale battaglia contro Berlusconi. Stiamo parlando del partito che non ha mai fatto una legge sul conflitto d’interessi, che non ha partecipato al No B. Day e che poco più di un anno fa ha scelto di fare maggioranza con il Pdl invece di andare alle elezioni anticipate. By the way, gli effetti di questa acuta strategia si sono visti il 24 febbraio scorso.
I nomi che circolano per il Quirinale in nome di questa ‘pacificazione’ sono quindi quasi tutti agghiaccianti: a parte Violante, si parla di D’Alema, Amato e Franco Marini – e credo non serva aggiungere altro. In subordine, Cancellieri, Grasso e Bonino, di cui Berlusconi evidentemente non ha dimenticato i trascorsi amichevoli.
E’ totalmente scomparsa dai radar, invece, qualsiasi ipotesi di soluzione che possa trovare una maggioranza comune tra i ‘grandi elettori’ di Pd e M5S: Rodotà, Zagrebelsky o Settis, per fare tre nomi circolati un paio di settimane fa.
Insomma, inutile prenderci per i fondelli: il Pd sta cadendo con tutto il suo peso nella trappola che Grillo gli ha teso rifiutando brutalmente ogni dialogo. Cioè, sta riabbracciando Berlusconi. A parole, solo per il Quirinale. Nei fatti, ne discenderà ‘per li rami’ un nuovo clima in vista anche del governo.
Ma la cosa più deprimente è che tutto questo sta avvenendo nel silenzio della sinistra. Come se fosse ineluttabile. Come se fosse quello che in fondo hanno sempre voluto. Come se non fosse un suicidio comune. Come se non fosse una consegna definitiva al M5S – al solo M5S - di ogni possibile opposizione a un sistema marcito nelle fondamenta.
E non vedo in giro appelli di intellettuali o colleghi giornalisti, così attivi poche settimane fa per l’esecutivo Bersani-Grillo, che si schierano per provare a impedire questo scenario.
Si va quindi serenamente verso la ‘pacificazione’, parole che suona molto più gradevole di ‘conservazione’, di ‘establishment’ , di ’spartizione’ e di abbraccio con il Caimano. Ma che questo e null’altro significa.
E’ un silenzio molto forte – ed è un silenzio atroce.

Operazione ‘Dimenticare il Caimano’

Operazione ‘Dimenticare il Caimano’:
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E’ partita a reti unificate la grande operazione ‘Dimenticare il Caimano’.
In nome della ‘responsabilità’, delle imprese che chiudono, delle partite Iva alla fame, dei debiti non pagati dalle pubbliche amministrazioni, delle aste dei Bot prossime venture, e chi più ne ha più ne metta.
Ci stanno spiegando – tutti o quasi – che solo il ‘dialogo fra le forze responsabili’ –  può risolvere queste emergenze: il particolare che le emergenze in questione siano state create proprio da queste forze ‘responsabili’ viene ovviamente tralasciato.
Quindi, dimenticate il Caimano: i suoi processi, le sue illegalità, la sua cricca di farabutti, la sua impresentabilità, la sua tendenza all’eversione, le sue leggi ad personam, le sue mirabolanti promesse mai realizzate, i suoi insulti ai giudici o alla ‘Consulta comunista’, le sue barzellette anni Cinquanta, le sue Santanchè, i suoi La Russa, i suoi Verdini, i suoi Capezzone, le sue nipoti di Mubarak.
Dimenticare tutto, subito: stamattina la radio di Confindustria paragonava il dialogo tra Pd e Pdl alla grosse koalition «che ha rilanciato l’economia tedesca», oggi sul ‘Corriere’ Antonio Polito ci spiega che il Pd deve «elaborare il lutto della vittoria mutilata» e piantarla con l’idea di fare da solo, sulla Stampa Luca Ricolfi tesse ‘l’elogio dell’inciucio’, sul ‘Messaggero’ l’editoriale si intitola ‘Larghe intese necessarie anche al tavolo del governo’ – e l’altro giorno (ancora sul Corriere) un grottesco Aldo Cazzullo rimproverava gli elettori delle primarie piddine che scelgono il candidato di sinistra.
Dimenticare tutto, subito: che giovedì si elegge il nuovo Presidente insieme. Ma quale Caimano, mai stato il Caimano. Ora Berlusconi è il leader del centrodestra moderato e rilascia interviste gentili anche a Repubblica, in cui spiega pacatamente che «all’amnistia non ci pensa, anzi non ne ha mai sentito nemmeno parlare», e «l’urgenza è l’economia», quindi «bisogna trovare un accordo» e «va bene un Pd per il Colle».
Sarà la quarta o la quinta volta, in vent’anni di berlusconismo, che il Cavaliere ridiventa affidabile, generoso, disinteressato, avveduto, bipartisan.
Di solito gli capita – casualmente, s’intende – quando perde le elezioni, quando rischia di restare fuori dai giochi, quando ha bisogno di una sponda con quelli che fino a un mese prima insultava. E ovviamente quando i suoi processi si mettono male, quando le sue tivù hanno bisogno di alleanze.
E quelli, ogni volta, ci cascano: i suoi ‘non sono voti di serie B’, per carità, e ‘basta con la logica del nemico da abbattere‘.
Ci cascano, ancora una volta, senza capire che questa è davvero l’ultima: non per il Caimano, ma per loro.